La verità sulla Siria…

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Troppe voci raccontano della Siria solo quanto e cosa “conviene”. Ma dal cuore della tragedia arriva una testimonianza diretta. Il vescovo maronita di Aleppo denuncia di fronte alla commissione del Senato: «Siamo assediati dai terroristi, noi vittime dei ribelli».

Sono parole pesantissime quelle pronunciate dall’arcivescovo cattolico maronita di Aleppo, Joseph Tobji, di fronte alla Commissione Esteri del Senato, come spiega la rivista di geopolitica e studi internazionali “Sponda sud”. Il prelato porta la sua testimonianza diretta sulla situazione nella seconda città della Siria: “I terroristi tirano ai civili. I bambini morti o mutilati sono migliaia. Aleppo è la città più distrutta dopo Hiroshima. Non ci sono più chiese. Da 5 anni abbiamo la corrente elettrica solo per due ore al giorno. I generatori privati per un’energia minimale di 3 ampere costano l’equivalente di un terzo di uno stipendio mensile. I terroristi hanno tagliato l’acqua alla parte ovest. Io stesso, per la doccia, uso 4 litri di acqua che vengono poi riciclati grazie ad un catino sottostante. Coloro che erano ricchi vivono ora sulla soglia della povertà, gli altri sono drammaticamente sotto. Quando Aleppo è assediata, manca tutto: anche pane e medicinali”.

Una versione molto diversa da quella fornita in queste settimane dai media occidentali e dalle organizzazioni umanitarie che parlano solo di Aleppo est e mai della sua parte occidentale, assediata da anni dai gruppi armati dell’opposizione, guidati dall’Esercito Siriano Libero e dai terroristi di al Qaeda. “Non vedo Assad come il diavolo. In Siria prima stavamo bene, era un mosaico vivibile, con un Islam moderato e aperto. Adesso viviamo in compagnia della morte. Aleppo, con 10 mila anni di storia, era la città siriana più importante per l’industria e la cultura. Aveva 4 milioni di abitanti, oggi sono circa un terzo”.

Le parole su Assad provocano la reazione di una parte dei commissari, in particolare del senatore Luigi Compagna (Conservatori e riformisti) che accosta il partito Baath di Siria e Iraq al nazismo. Monsignor Tobji non si scompone e fornisce la sua versione:  “Le relazioni con il Governo sono buone da sempre. Assad è il Presidente eletto. Noi le processioni le facevamo con la scorta della polizia. Qualcuno ci accusa di essere venduti al Governo, ma perché mi devono imporre l’idea che Assad sia il diavolo? I ribelli sono seguiti convintamente da pochissime persone. I terroristi hanno buoni rapporti con i turchi. Ho visto terroristi dell’ISIS parlare amichevolmente con militari turchi. In più ci sono gli stranieri wahabiti sauditi che strumentalizzano l’Islam per scatenare la guerra”.

Perchè il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha accusato direttamente Assad all’Assemblea generale? Tobji ha risposto ironico: “Mi sembra che Ban Ki Moon viva a New York. Io vivo ad Aleppo ovest”.

Tobji premette: “Io sono un uomo di Chiesa, non sono un politico. Penso però che gli Usa sbaglino a voler imporre il loro modello di democrazia. Venire con arroganza a dire che il Presidente eletto non va bene, mi suona come dittatura. Dopo Saddam Hussein come si è ridotto l’Iraq? I media calpestano la verità e sono parziali. Per far smettere la guerra servono due cose: stop alla vendita di armi e bloccare il flusso di terroristi via Turchia e Giordania. Le sanzioni economiche – prosegue – sono peggiori delle bombe, perché fanno male a semplici cittadini. Sono immorali e ingiuste. Gli Stati Uniti sbagliano o agiscono con volontà? Con la guerra ci si guadagna due volte: si vendono armi e poi c’è la ricostruzione…”.

Secondo Tobji è assurdo pensare che che le potenze mondiali insieme non possano far fuori una banda di terroristi per quanto organizzati. Poi cita Papa Francesco: “Ha individuato bene il problema, in Siria non ci sono né una rivoluzione né una guerra civile. C’è la terza guerra mondiale per procura. Noi siamo un giocattolo nelle mani delle grandi potenze“.

Spetta al Presidente della Commissione Esteri del Senato, Pier Ferdinand Casini, il compito di chiudere un’audizione che ha sorpreso – e irritato – molti senatori, evidentemente poco abituati ad ascoltare l’altra verità sulla guerra in Siria, quella poco rappresentata dai media occidentali: “La Siria non può rimanere in una guerra permanente, serve una exit strategy. Anche gli Usa, che ponevano come precondizione l’allontanamento di Assad, ora pensano a una fase intermedia. Non si può combattere contemporaneamente contro i terroristi e contro il regime. Le grandi potenze vogliono la divisione della Siria e uno stato di disgregazione permanente.

Noi paghiamo con 4 milioni di profughi. Ha ragione il ministro Gentiloni: bisogna fermare i bombardamenti, altrimenti Aleppo muore. Il Parlamento italiano – conclude Casini – non può rimanere insensibile”.

Il fenomeno mafioso…

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La mafia comprende varie organizzazioni criminali (Cosa nostra, la Camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita) ma sono paradossalmente tutte le espressioni del bisogno di uno Stato più efficiente.

Fra le organizzazioni criminali attualmente operanti in Italia, la mafia siciliana è tradizionalmente quella più potente e ramificata ed è ormai presente su territorio nazionale.

La sua struttura piramidale, caratterizzata da una rigidissima gerarchia e da un’articolazione in numerose cosche territoriali, la sua enorme capacità di penetrazione nei gangli vitali della società civile, sia a livello centrale che periferico, la spietatezza delle sue “esecuzioni” e la ferocia con cui controlla tutte le attività lecite e illecite, ne fanno da sempre il più temibile nemico dello Stato di diritto.

Il termine “mafia” è voce siciliana di etimologia incerta ma, secondo alcuni, è di origine araba e ha il significato di “protezione, garanzia”.

Come tutte le organizzazioni criminali anche la mafia attecchisce dove lo Stato è assente o latitante.

Le origini della mafia sono riconducibili alla diffidenza delle popolazioni siciliane verso una struttura di potere statale essenzialmente vessatoria.

La prima metà dell’800 la Sicilia subì una profonda trasformazione di carattere politico ed economico: l’antica struttura di natura feudale iniziò a sgretolarsi, travolta da straordinari avvenimenti storici (siamo nella fase terminale del dominio borbonico).

La società rurale formata da contadini poveri ed analfabeti, vessati dai potentissimi proprietari terrieri (i “baroni”) ed dai loro gabellieri (riscossori di tributi), in assenza di leggi chiare ed univoche, continuò a regolarsi sulla base della consuetudine (cioè di norme non scritte accettate e rispettate da tutti da un lunghissimo lasso di tempo).

Il compito di regolare nel bene e nel male i rapporti sociali, attuando una “garanzia” immediata in assenza dello Stato o contro di esso, fu assunto dai cosiddetti “uomini di rispetto” o “uomini d’onore”, personaggi che per il loro carisma e, soprattutto per spavalderia e violenza, erano in grado di garantire il rispetto delle “regole”.

Su questa base di consenso sociale si organizzò la mafia che,secondo gli storici, seguì, almeno all’inizio e per molto tempo, due distinte ramificazioni: la “mafia del latifondo” e la “mafia dei giardini”.

La prima si interessò dei pascoli, del bestiame, nonché del controllo del fitto e sulla vendita di territori, suddivisi in latifondi dai proprietari terrieri, influenti “grandi elettori”.

La mafia dei giardini controllò, invece, la distribuzione dell’acqua (da sempre la mancanza d’approvvigionamento idrico è uno dei più grandi problemi siciliani) e il commercio della frutta, specialmente della frutta, specialmente degli agrumi.

Dopo la conquista garibaldina, con l’avvento del Regno d’Italia e la conseguente riforma agraria,a seguito della vendita forzata dei beni ecclesiastici e demaniali, la mafia si diffuse ancora più capillarmente divenendo ben presto una potente organizzazione con la quale “fare i conti” per intraprendere o continuare qualsiasi riforma politica o economica. Infatti, le infiltrazioni di personaggi mafiosi nelle amministrazioni locali e addirittura a livello di potere centrale, consentirono all’organizzazione di assumere i connotati di una vera e propria piovra tentacolare, condizionando tutta la vita siciliana.

Già alla fine dell’800 quando la mafia aveva allargato la sua influenza nelle città della Sicilia occidentale, aveva ampliato i suoi interessi economici con il controllo degli appalti e delle attività commerciali.

Tra la fine dell’800 e gli inizi dell’900, a causa della grave crisi agricola che investì tutta l’Europa, particolarmente l’area mediterranea, un’imponente massa di contadini siciliani emigrò nel “Nuovo Mondo”, soprattutto negli Stati Uniti, verso la “terra promessa”.

A seguito di questo esodo di portata biblica, la mafia fu trapiantata negli Stati Uniti dove assunse peculiari caratteristiche (si chiamò “Mano Nera” od anche “Cosa Nostra”) ma non rinunciò ad intrattenere strettissimi rapporti con la mafia siciliana.

Per comprendere fino a qual punto la mafia avesse affondato le radici nel tessuto culturale siciliano, basta pensare che molto spesso il viaggio delle famiglie contadine verso il Nuovo Mondo era pagato dalla mafia stessa, che poi pretendeva tangenti al momento della sistemazione in America.

Negli Stati Uniti la nuova organizzazione mafiosa assunse ben presto caratteristiche gangsteristiche e, sfruttando il periodo cosiddetto del “proibizionismo”, incrementò i suoi proventi illeciti con il contrabbando degli alcolici.

Durante il regime fascista la mafia siciliana fu sottoposta a severissime misure repressive.

Con il termine della II guerra mondiale, e con la venuta delle truppe alleate d’occupazione e popolazioni locali, a cui furono chiamati i mafiosi delle due sponde, ancor prima dello sbarco degli stessi americani.

L’agitato periodo post bellico, caratterizzato dalla nascita di un movimento siciliano separatista, e da torbidi intrecci tra mafie, risorgente banditismo e determinati centri poteri politici, offrì alla mafia l’occasione di rinforzarsi e di allargare i suoi interessi fino ad occuparsi dello spaccio di droga e del racket nel commercio, nei mercati generali, nell’industria e nell’edilizia.

Negli anni ’60, definiti gli anni del “boom” economico, una nuova mafia, trasferitasi dalle campagne in città per il controllo diretto dell’edilizia e degli appalti pubblici, più spietata e sbrigativa di quella tradizionale, cominciò a contendere alla mafia “storica” il controllo del territorio, prima a colpi di lupara (il fucile tradizionalmente usato dai “picciotti”) e poi a raffiche di mitra e utilizzando automobili cariche di tritolo.

Le numerose cosche mafiose entrarono in guerra tra loro in un’impressionante crescendo di violenza, contraddistinta da numerosi delitti “trasversali”, che colpivano cioè i familiari delle persone da punire o da eliminare.

L’origine e il processo che ha portato alla nascita della mafia risulta evidente nel film “Il Padrino”.

Nelle prime scene del film, durante il matrimonio della figlia, alcune persone si recano dal Padrino per chiedergli favori o per ringraziarlo per aiuti già ricevuti. E in questa occasione il Padrino gli ricorda che gli sono debitori.

Nelle scene seguenti, si osserva come la mafia diventa internazionale, (si ramifica quindi in America), come iniziano le lotte tra famiglie per contendersi il potere e come si comincia ad introdurre nel loro commercio lo spaccio di droga per aumentare i loro affari.

Il termine ‘mafia’ è sovente usato a sproposito. Gli apparati criminali che agiscono su scala nazionale e globale rispondono a tipologie diverse, spesso antitetiche. Le origini storiche dell’onorata società. La mappa dei poteri paralleli.

“Gli storici più autorevoli hanno smentito la convinzione semplicistica, quasi mitologica, che le origini della mafia siano da rintracciare in aggregazioni rurali arcaiche e riferiscono invece che le organizzazioni mafiose siciliane si configuravano anticamente come strettamente legate alla città e ai suoi apparati di potere. Si trattava già in principio di gruppi dediti a crimini comuni, anche di basso profilo, non privi di una certa influenza socio-politica.

Il vero momento costituente del fenomeno mafioso è il periodo storico in cui la mafia più antica comincia a darsi regole e strutture, a interagire sistematicamente con la società e a interferire con il funzionamento delle istituzioni. Risale a quel tempo il progressivo radicamento sociale di una mafia alta o «in guanti gialli», che si trasformerà presto anche in forza elettorale, in referente e strumento di forze politiche e amministrazioni pubbliche.

La profonda penetrazione della mafia nel corpo vivo della società è un carattere essenziale delle associazioni mafiose geopoliticamente rilevanti. Il dominio del territorio si fonda anzitutto sul riconoscimento sociale, sul consenso. Una legittimazione culturale, intrisa di valori tradizionali e religiosi, veri e posticci, fondata sul falso mito della mafia «delle origini»: giusta, rispettosa di princìpi morali, protettrice dei deboli, risolutrice dei conflitti, dispensatrice di welfare. Poi, sulle relazioni strutturali con il potere ufficiale.

La mafia è geneticamente creatura politica: ricerca, coltiva interazioni con il potere istituzionale e influenza i processi politici strumentalmente alla conservazione e al rafforzamento della propria élite.”

 

 

La Calabria e la sua programmazione economica….un disastro…

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La Calabria paese dalle mille risorse…considerata come una delle più prestigiose perle del mediterraneo, viene giorno dopo giorno tradita e depredata da quattro “politici” da strapazzo….che nelle loro espressioni decantano le bellezze di questa terra , ma con i fatti la “martorizzano”…é comunque giusto affermare che anche la Calabria stessa ha dei problemi endemici che la rendono inadeguata allo sviluppo che essa meriterebbe…

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La programmazione in chiave calabrese…

Che i concetti di programmazione economica e di politica in Calabria siano dicotomici ce lo insegna la recente storia economica. Negli ultimi 20 anni, a dispetto del crescente ruolo e del crescente sviluppo degli strumenti di programmazione a livello nazionale ed europeo, la Calabria ha completamente abdicato al tentativo di governare i processi economici. La programmazione dei fondi strutturali è stato un facile alibi per abbandonare ogni velleità di dirigere l’economia verso obiettivi ragionati e ragionevoli di crescita. Se consideriamo la pur corposa produzione documentale degli uffici di programmazione calabresi, in gran parte inutile, quando non anche metodologicamente sbagliata, ci accorgiamo come non sia stata prodotta negli ultimi 20 anni alcuna analisi significativa o non sia stato elaborato un qualche ragionato scenario di sviluppo per l’economia regionale.

Le scelte economiche si sono trascinate dietro la copia, in alcuni casi neanche tanto avveduta, di documenti prodotti dalla burocrazia europea e finalizzati alla gestione dei fondi strutturali, pensando che questo potesse essere sostitutivo di una sana programmazione delle risorse ordinarie. Anche se quest’aspetto potrà apparire curioso a molti pseudo-programmatori, le risorse dell’Unione Europe, erogate attraverso i fondi strutturali, devono rispondere al principio dell’addizionalità. Addizionalità significa che devono essere di supporto a programmi ordinari.
E dove mai sono esistiti i programmi ordinari in Calabria?

I Fondi Strutturali sono stati usati per finanziare le infrastrutture che i bilanci ordinari non erano in grado di contenere, ma con vincoli e complessità tali che, di fatto, le maggiori opere sono state condannate ad una migrazione da un ciclo di programmazione all’altro, assomigliando sempre più ad una tela di Penelope. Così facendo si sono salvate le risorse dal disimpegno, dichiarerà quasi soddisfatto qualcuno. Ma questa giustificazione appare sono un flebile foglia di fico perché da un ciclo di programmazione all’altro le risorse sono sempre diminuite e in ogni nuova programmazione una parte consistente delle risorse è servita a (tentare di) completare le incompiute precedenti. Degli scarsi due miliardi di euro del PO FERS 2014-2020 circa 500 milioni servono a completare le opere transitate dalla programmazione 2007-2013. La capacità di spesa complessiva del PO 2017-2013 FERS è stata, con tutte le forzature di rendicontazione finale, circa di un 1 miliardo e 400 milioni di euro che dal 2007 al 2015 fanno circa 200 milioni l’anno. E tutto questo con uno sforzo sovrumano di tutta la macchina regionale.
I fondi strutturali possono aiutare lo sviluppo della Calabria, ma non determinarlo. E questo per tre ordini di motivi. Il primo è che non è questa la loro funzione, il secondo è che ormai si sono ridotti a poca cosa, il terzo è che anche se pochi, la Calabria li spende male. Occorre, quindi, che la Regione si riappropri della sua funzione programmatoria ordinaria, che si individuino risorse attraverso una efficace spending review e che si usi la legge finanziaria regionale come volano di sviluppo.

I bilanci degli ultimi 20 anni sono stati documenti elaborati da una casta di sacerdoti contabili, che custodivano gelosamente i misteri e che dovevano essere approvati così come venivano presentati con un atto di fede cieca, senza alcuna idea di sviluppo e senza alcuna finalizzazione a processi di crescita. E’ mancata quella cosa che della programmazione è il cuore, ossia un’idea strategica della Calabria e degli obiettivi che si volevano raggiungere. Per recuperare il tempo perso è il momento di avviare a livello regionale una grande riflessione strategica sugli obiettivi da raggiungere da qui al 2020 e al 2050 che si traduca poi in un Masterplan in grado di ridare speranza alla Calabria.

Se si vuole avere successo in questa iniziativa occorre coinvolgere in questo sforzo tutte le intelligenze e tutte le risorse della Calabria per progettare realmente il futuro e non riempire solo pile di inutili e vuoti documenti di programmazione che ontologicamente sarebbero più utili come carta da riciclo.

I disabili in Italia…eterni sconfitti….

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In Italia ci sono 3 milioni e 200mila soggetti con “limitazioni funzionali” dice l’Istat (e altre fonti parlano di 900mila persone in più), ma lo Stato fa poco o niente per loro. Così a occuparsene sono le famiglie che per assistenza, medicine, istruzione si indebitano sempre di più. E quando un portatore di handicap cerca di avvicinarsi al mondo del lavoro stop e delusioni diventano ancora più frequenti e gli incentivi sono stati azzerati. Nonostante leggi che imporrebbero un impiego per chi è più sfortunato…

Stefania ha 27 anni, è laureata in psicologia e vorrebbe fare un lavoro che la faccia stare a contatto col pubblico. È stanca di passare le giornate in casa appoggiata al braccio della madre, che ancora la tratta come una bambina: il suo cervello è quello di una giovane donna, con tutti i desideri, le ambizioni, i sogni che una donna comincia a coltivare a 27 anni. Ma Stefania, dalla nascita, è affetta da una malformazione che non le permette di stare in piedi da sola e le crea difficoltà a parlare. I suoi sogni sono come quelli di tutte le ragazze della sua età, solo molto più difficili da realizzare. La sua, in fondo, è una situazione come tante, nemmeno una delle più gravi: i disabili o, come li definisce l’ultimo rapporto Istat del 2010, persone con una qualche “limitazione funzionale”, in Italia, sono 3,2 milioni, anzi, secondo il “Diario della transizione” del Censis, del 2014, addirittura 4,1 milioni, il 6,7% della popolazione: secondo la stessa indagine, saranno 4,8 milioni nel 2020 (7,9%) e raggiungeranno i 6,7 nel 2040 (10,7%).

Un mondo di invisibili…

Una categoria umana sempre più numerosa che, nella maggior parte dei casi, non ha un lavoro, né una vita sessuale dignitosa, né una famiglia propria, e che, terminato il percorso scolastico, vive in quella che gli addetti ai lavori chiamano “dissolvenza”, ovvero in condizione di invisibilità: chi è disabile spesso trasforma la propria casa in una cella e vive a carico di una famiglia che, per sostenere i suoi costi di mantenimento, diventa sempre più povera, e sempre più stanca. Le persone disabili generalmente hanno una vita più breve di quella dei normodotati, hanno meno soldi e meno chance di realizzare i propri obiettivi. Ma, rispetto ai cosiddetti “normali”, posseggono una forza d’animo e una voglia di superare i propri limiti che sorprende e fa sentire piccoli, un’energia che permette loro di far cose belle e importanti. Dallo sport (Alex Zanardi) alla letteratura (Jean-Dominique Bauby), dalla scienza (Stephen Hawking) alla musica (Pierangelo Bertoli), la storia dell’umanità è piena di disabili che hanno reso il mondo un posto migliore.

Eppure il mondo di queste persone sembra non volerne sapere, e continua a considerarle, più che una risorsa, un peso. Soprattutto l’Italia, che i suoi milioni di disabili sembra non volerli proprio vedere, e soprattutto di non sapere niente di loro. Secondo le indagini della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (Fish), un italiano su 4 ammette di non avere mai avuto a che fare con dei disabili, e questa condizione di “limitazione funzionale” viene percepita da 2 connazionali su 3 come una limitazione dei movimenti, mentre in realtà la forma di disabilità più diffusa (e misconosciuta) è quella intellettiva.

Disabilità è complessità…

In particolare, secondo l’Istat, le “limitazioni” di tipo motorio, riguardano 1 milione e mezzo di persone, quelle della comunicazione (difficoltà nel vedere, sentire o parlare) 900mila, 1,4 milioni di individui vivono invece una situazione ancora più pesante, costrette a letto o a spostarsi in sedia a rotelle, e 1,8 milioni accumulano, addirittura, più tipi di disabilità. Per completare il quadro, il 62,2% della popolazione con “limitazioni funzionali” è colpito da due o tre patologie croniche e oltre la metà ha almeno una malattia cronica grave. Senza considerare gli over 65, che per ragioni legate alla vecchiaia rientrano nella categoria dei disabili quasi automaticamente, la fascia d’età prevalente è quella che va dai 15 ai 44 anni, l’aspettativa di vita alla nascita è di 61 anni per i maschi e 57 per le femmine, e la maggior parte dei casi si trovano curiosamente al Sud, con Sicilia, Umbria, Molise e Basilicata in pole position. Molto colpite dalla disabilità anche le isole, forse per ragioni legate alla maggior frequenza di matrimoni tra consanguinei.

Carico per le famiglie…

Al di là della tipologia di problema fisico o mentale e della distribuzione geografica, a far la differenza quando si parla di disabilità sono i familiari: sono infatti circa 260mila i disabili “figli”, che cioè vivono con uno o entrambi i genitori. Quasi sempre, in mancanza di risorse economiche o impossibilitati a trasportare il figlio, per ragioni di tempo o lontananza, in qualche centro specializzato, mamma e papà si sostituiscono alle realtà assistenziali e a volte addirittura alla scuola. Ma trovano la forza di andare avanti riunendosi, da nord a sud del Paese, in centinaia di associazioni, creando funzionalissime web community per scambiarsi aiuti e informazioni. Un vero e proprio stato sociale parallelo. Peccato solo che, rivela l’Istat, l’80% delle famiglie in cui è presente una persona con disabilità non riceva alcun aiuto o supporto pubblico da parte di Comuni, istituzioni, Asl, e che dunque la presenza di una persona con “limitazioni funzionali” in famiglia rappresenti una delle principali cause di impoverimento.

I costi…

La presenza di un figlio disabile costringe spesso uno dei genitori a rinunciare al lavoro, comporta un enorme sovraccarico assistenziale, costi socio-sanitari esorbitanti e riflessi negativi sulla carriera di chi porta a casa lo stipendio. Dal costo di una semplice badante per i casi più gravi (circa 2000 euro al mese) a quello dei farmaci (in media 4 al giorno, contro i 2,5 dei normodotati), dalle spese in più per gli spostamenti a quelle per i presidi medico-sanitari, sono tantissime le voci che incidono su economie familiari già duramente provate dalla crisi. A fare da tampone a questa emorragia di disperazione è, come sempre, l’amore, ma la dedizione di un genitore non può certo diventare per lo Stato un velo dietro cui nascondersi. “Per la famiglia del disabile  –  spiega Nazaro Pagano, presidente nazionale Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili, Anmic – in Italia si fa molto poco. E’ vero che esiste la legge quadro 104 che dà diritto ad alcuni extra (3 giorni di permesso retribuito in più) ma bisognerebbe impostare un programma completamente diverso. La nascita di un bambino disabile comporta problemi molto grandi. Bisognerebbe riconoscere quanto meno un trattamento contributivo”.

Se 250 euro vi sembrano troppi…

Ma veniamo alla parte più spinosa della questione: quella del sussidio economico che il disabile riceve dallo Stato. L’assegno mensile per disabilità riconosciuto ai disabili parziali (dal 74% al 99% di disabilità accertata, fra i 18 e i 65 anni) ammonta a 256,67 euro mensili. Nel 2009, secondo i dati Inps, l’assegno mensile di assistenza spettava a 273.726 di persone. Per ottenerlo bisogna però essere inoccupati e iscritti alle liste di collocamento e non superare il limite reddituale minimo di 4.408,95 euro all’anno. 256,67 euro è anche l’importo mensile della pensione riconosciuto agli invalidi civili al 100%. Il limite reddituale lordo annuo, in questo caso, è però di 15.154,24 euro. L’indennità di accompagnamento, che attualmente interessa circa 1 milione di persone, è invece una forma di assistenza introdotta nel 1980 a favore degli invalidi civili totali e viene quindi data solo a persone considerate non autosufficienti: corrisponde a un contributo di 480 euro mensili, cifra superiore solo al dato della Spagna (404 euro) e molto inferiore alla media europea di 535 euro (il 18,3% in meno), per una spesa annua di 17 miliardi di euro, alla quale si aggiungono i vari interventi previsti dall’utilizzo della quota di spettanza regionale del Fondo per le non autosufficienze, istituito nel 2007. “Per risolvere il problema della non autosufficienza  –  dice Nazaro Pagano, Anmic – occorrerebbe circa 1 miliardo di euro, e invece oggi la cifra stanziata corrisponde a 400 milioni”.

Il calvario dell’accertamento invalidità

L’accertamento delle condizioni di disabilità viene svolto dalle commissioni previste dalla legge 104/92 e segue una procedura molto farraginosa. “Io disabile devo andare dal medico certificatore – spiega Pagano – che trasmette telematicamente il mio certificato all’Inps. Dopo ho 90 giorni per inviare la domanda (che è diversa dal certificato) all’istituto di previdenza. Il sistema informatico dell’Inps abbina poi il certificato con la domanda e il soggetto viene sottoposto a visita medica: i tempi di attesa variano da Regione a Regione e da Asl ad Asl. La norma dice che il tempo massimo dovrebbe essere 120 giorni ma viene di gran lunga superato. Il cittadino è sottoposto a visita medica alla Asl, e poi, in casi particolari, risottoposto a controllo, per una verifica, alla commissione Inps”.

Ci sono 12 patologie che non hanno bisogno di essere verificate dall’Inps (ad esempio la Sindrome di Down). “Ma in alcuni casi  –  spiega don Ibaldo Borgognoni, direttore del Centro Don Orione –  l’istituto fa la verifica anche più volte per persone che hanno perso entrambe le braccia o che sono senza gambe: che senso ha? A volte l’invalidità viene riconosciuta per un lasso di tempo e poi gli esami vanno rifatti, ad esempio per patologie oncologiche, sempre in evoluzione”. Tutto questo ripetersi di controlli avviene anche a causa dello stigma dei falsi invalidi, che rappresentano, sì e no, l’1% del totale, ma che negli ultimi anni hanno portato lo Stato a fare circa un milione di verifiche a tappeto. Tornando alla conclusione della procedura, il certificato deve essere infine validato dalla commissione centrale dell’istituto di previdenza e così si conclude la parte sanitaria, eventualmente con il riconoscimento dell’invalidità civile e l’assegnazione del sussidio economico.

Ci sono poi questioni complesse come quella delle “Misure per il riconoscimento dei diritti alle persone sordocieche”, che definisce sordociechi gli individui cui siano riconosciute entrambe le minorazioni sulla base della legislazione in materia di sordità e cecità civile. “Il problema  –  spiega il segretario generale della Lega del Filo d’Oro Rossano Bartoli – è che, per questa legislazione, si è riconosciuti sordi civili solo se lo si diventa prima dei 12 anni, quindi la 107 non si applica ai sordociechi acquisiti che perdono l’udito dai 13 anni in poi. Inoltre la legge è inapplicata perché manca ancora la modulistica per l’effettivo riconoscimento”.

Fino a 18 anni la scuola, poi più niente

Fino alla maggiore età, le famiglie possono contare su uno dei pochi, se non l’unico, punto di forza della risposta istituzionale alla disabilità, cioè l’inclusione scolastica, un’importante occasione di socialità per i ragazzi. Punto di riferimento è la legge 104/92, che dichiara obbligatoria, per le dirigenze scolastiche, l’accoglienza degli alunni disabili.

Nel biennio 2013/2014, stando ai dati Istat, gli alunni con disabilità certificata iscritti a scuole di ogni ordine e grado sono stati 222mila e circa la metà (110mila) gli insegnanti di sostegno. Sul totale dei docenti, l’organico di sostegno è tuttavia passato dall’8% dell’anno scolastico 2000/2001 al 13,2% dell’anno scolastico 2012/2013. “Generalmente, arrivando a bocciare il ragazzo tre volte  –  spiega la neurologa Angela Allegretta, del Centro Don Orione di Roma – è possibile tenerlo a scuola fino ai 20 anni. Ma il percorso di riabilitazione è un’altra cosa, e non è detto che la scuola possa garantirlo a pieno”. I percorsi di riabilitazione di cui parla la neurologa vengono solitamente messi in atto all’interno di strutture di accoglienza specializzate, la cui retta è stabilita dalla asl in base al reddito e al grado di invalidità del disabile. Peccato che, negli ultimi 10 anni, i tagli al sociale abbiano imposto a centri come il Don Orione un taglio del budget pari al 20% circa, con ripercussioni dirette sul numero dei ragazzi ospitati (25 in pianta stabile e 35 in semiresidenza nel 2007; 18 e 30 oggi).

Dopo la scuola, per le famiglie si aprono molti interrogativi. Come spiegano gli operatori Fish, una volta terminate le superiori, la maggior parte dei disabili, soprattutto se Down o autistici, scompaiono nelle loro case, con opportunità di inserimento sociale e di esercizio del diritto alle pari opportunità ridotte quasi a zero. Nel mondo del lavoro l’inclusione è pressoché inesistente, e la maggioranza dei disabili che lavorano (oltre il 60%) non è inquadrata con contratti standard. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi sono impegnati in cooperative sociali, spesso senza un vero e proprio contratto, e in oltre il 70% dei casi non ricevono alcun compenso.

Osservando i dati Censis, colpisce quanto poco sviluppata sia la spesa per i servizi dedicati al tempo libero di queste persone, pari a 25 euro pro­capite annui, meno di un quinto della media europea. Tra le persone Down di 25 anni e oltre, il 32,9% frequenta un centro diurno, ma il 24,3% non fa nulla, sta a casa. Tra le persone con autismo dai 21 anni in su, il 50% frequenta un centro diurno, ma il 21,7% non svolge nessuna attività. Secondo i dati Istat, il 15,2% delle persone con disabilità svolge una qualche attività fisica o sportiva, a fronte del 57,5% delle persone non disabili. Solo il 10,1% delle persone con disabilità sopra i 14 anni è andato al cinema, a teatro o a vedere qualche spettacolo nel corso dell’ultimo anno, rispetto al 21,3% delle persone senza disabilità. Per intrattenere i figli una volta finito il percorso scolastico, i genitori delle persone autistiche e Down investono complessivamente 17 ore al giorno del loro tempo, una quantità che, monetizzata, corrisponde, rispettivamente, a 44mila e 51mila euro per famiglia all’anno.

Tutto ciò nel silenzio delle Istituzioni…che fanno finta di non vedere….

Pakistan….dove non nascere uomo é una tortura…

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Pakistan, rapporto shock sulla condizione delle donne nel nord-ovest del Paese

Un’associazione ha raccolto le testimonianze di terribili abusi e violenze – Un rapporto dell’associazione che difende i diritti umani Khwendo Kor, “casa delle sorelle” in lingua pashtu, finanziato dalle Nazioni Unite, racconta gli orrori a cui sono sottoposte le donne nei distretti tribali pashtun nel nord-ovest del Pakistan. I risultati della ricerca sono stati pubblicati oggi dal quotidiano The Express Tribune.

Le operatrici dell’associazione hanno raccolto le testimonianze delle donne che vivono nei campi profughi allestiti dai militari per gli sfollati dalle aree teatro di scontri tra ribelli islamici ed esercito pakistano. Ne emerge una condizione femminile allarmante: prestazioni sessuali estorte in cambio di cibo, violenze, matrimoni forzati e delitti d’onore. In questi campi, le donne sole, vedove o nubili, diventano le vittime privilegiate di ogni abuso maschile.

L’indagine contiene innumerevoli testimonianze di violenze gratuite, come quella di una ragazza che ha raccontato che un gruppo di talebani hanno tagliato il seno a una donna che stava allattando e hanno costretto le donne presenti a mangiarne i pezzi.

La cosiddetta Federazione di aree tribali (Fata), situata lungo il confine con l’Afghanistan e considerata la roccaforte del terrorismo islamico internazionale, è un’area caratterizzata da una profonda arretratezza economica e dalla presenza di folti gruppi talebani. Qui le donne non hanno diritto né alla proprietà né a rivolgersi ad un tribunale e gli abusi maschili sono ben radicati nella mentalità tradizionale.

Pakistan, 675 donne uccise nel 2011 per questioni di ”onore”

In Pakistan, secondo la Human Right Commission of Pakistan, almeno 675 donne e ragazze sono state ammazzate nei primi nove mesi del 2011 per aver disonorato le proprie famiglie. Tra le vittime, 71 avevano meno di 18 anni.

Questo tipo di delitti avvengono nelle comunità dove il concetto di onore e vergogna è strettamente legato ai comportamenti sia individuali sia delle famiglie, in particolare delle donne. Sono le assemblee tribali locali a decidere se una donna è una ‘kari‘, letteralmente ‘donna con macchia’.

Circa 450 donne uccise quest’anno tra gennaio e settembre hanno perso la vita perchè accusate di avere avuto ‘relazioni illecite’ e 129 di essersi sposate senza permesso.

L’unico modo per ristabilire l’onore della famiglia è quello di uccidere la ‘kari‘. Secondo la HRC, 19 sono state uccise dai propri figli, 49 dal proprio padre, e 169 dai mariti.

La lesbica che sarà deportata. La bambina stuprata. La violenza di gruppo. E gli attentati fondamentalisti. Nel paese dove non essere uomo è una disgrazia…

C’è una donna che deve restare negli Stati Uniti d’America. Non perché le piacciano, ovvero di certo il motivo è anche questo, ma perché se ne uscisse sarebbe per essere imprigionata. E’ una donna, lesbica, di origine pachistana e si chiama Gloria, ha ventiquattro anni e vive nel Massachussets. Per lei si sta mobilitando addirittura un senatore della Repubblica Federale, l’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti John Kerry, che sta alzando un vero e proprio putiferio per evitare che la donna sia costretta a rientrare nel suo paese d’origine: dove sarebbe messa in galera, perché l’omosessualità in quel paese è un crimine. E’ solo l’ultima storia che in questi giorni arriva sulle cronache internazionali, a sottolineare la difficile condizione nel paese che le statistiche definiscono “il terzo più pericoloso per le donne”, dopo, peraltro, il confinante Afghanistan. Se si ricorda che la donna che voleva cambiare il Pakistan si chiamava Benazir Bhutto ed è morta in un attentato fondamentalista, il quadro diventa ancora più cupo.

E’ nel centro Asia dunque che la lotta per le donne diventa guerra, e la condizione inferno. Gloria, dicevamo, è andata negli Stati Uniti per studiare: è negli States dal 2008, e al college ha incontrato la donna che è poi diventata sua moglie, Janet, 24 anni. Sono sposate e condividono, peraltro, la stessa fede religiosa: quella cristiana. Motivo in più per cui sarebbe davvero difficile una sopravvivenza di Gloria se dovesse tornare a casa. Il problema è che il suo visto è scaduto, e così lei potrebbe essere rimpatriata senza troppo preavviso: “Lo scorso marzo, Jackie ha compilato una domanda di carta verde da matrimonio per sponsorizzare l’acquisizione della cittadinanza per Gloria. I servizi di Immigrazione e Cittadinanza degli Stati Uniti non hanno ancora risposto, ma con ogni probabilità sarà negata, visto che la legge non permette il riconoscimento a livello federale del matrimonio fra le coppie gay”, che invece nello stato del New England sono permessi. L’unica speranza è avere un permesso federale, una sospensione d’urgenza della legislazione che solo il governo può concedere: a farsi portavoce di questa devastante situazione è, dicevamo, John Kerry: “So che tutti crediamo che ogni famiglia abbia dignità al riconoscimento e al rispetto, e che nessuna famiglia dovrebbe essere fatta a pezzi sulla base di una legge discriminatoria. La sospensione permetterà a questa giovane coppia di fare un passo avanti nel loro sogno di costruire una vita insieme qui nel Massachusetts”.

” Tutti hanno il pieno diritto di essere felici…”

 

 

La Giustizia in Italia…roba da ricchi…

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E’ preoccupante la “fotografia” della giustizia italiana che emerge dai dati appena pubblicati dalla Commissione Europea. I giudizi civili in Italia durano più a lungo che in ogni altro Paese europeo con le sole eccezioni – assai poco confortanti – di Cipro e Malta.

Oltre 500 giorni solo per arrivare alla Sentenza di primo grado [n.d.r. una durata che sembra persino troppo breve a chi vive da vicino il sistema della giustizia civile italiano].

Abbiamo, invece, addirittura il primato assoluto in termini di giudizi pendenti in rapporto al numero di abitanti. In nessun altro Paese europeo ce ne sono così tanti: 7 giudizi pendenti ogni 100 abitanti. Sette volte in più della Germania e tre volte in più della Francia solo per dare qualche riferimento. Pochi, anzi pochissimi i giudici in Italia in relazione alla popolazione, meno che in ogni altro Stato dell’Unione, eccezion fatta per la sola isola di Malta.

E i nostri giudici sono anche tra i pochi in Europa a non essere tenuti a svolgere corsi di formazione, specializzazione e aggiornamento nel corso della loro attività. Come noi solo in Ungheria, Lituania, Austria, Portogallo, Slovacchia e Serbia. Tutto questo, nonostante, in Italia si spendano per la giustizia cifre sostanzialmente in linea con quelle investite nella maggior parte dell’Unione Europea.

Segno evidente che sprechi ed inefficienze non mancano.

Terzi e, quindi, sul podio anche in termini di numero di avvocati in rapporto alla popolazione.

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In Italia ce ne sono 350 per ogni 100 mila abitanti. Più di noi, di misura, solo in Grecia e Lussemburgo. Uno dei numeri che desta più preoccupazioni è, tuttavia, quello del rating relativo alla percezione dell’indipendenza della giustizia nei Paesi dell’Unione Europea.

Male, anzi, malissimo il nostro Paese.

Siamo sul fondo della classifica seguiti solo da Paesi come la Repubblica Ceca, la Lituania, la Grecia o la Romania.

Siamo 68esimi al mondo in una classifica di 144 Paesi mentre, solo per dare alcuni riferimenti, tra i nostri partner europei ce ne sono molti addirittura tra i primi dieci: Finlandia, Germania, Olanda e Svezia, ad esempio.

Se è vero, come ha ricordato Viviane Reding, vice presidente della Commissione Europea nel presentare i risultati della ricerca, che la qualità, l’indipendenza e l’efficienza della giustizia giocano un ruolo essenziale nel restituire fiducia nella crescita e nello sviluppo dell’Unione, bisognerà correre ai ripari e porre, almeno per una volta, l’emergenza giustizia in cima alla lista delle priorità da affrontare e risolvere non appena – c’è da augurarsi presto – avremo, di nuovo, un Governo nel pieno delle sue funzioni – al di fuori dalle logiche di potere e corruzione -.

La povertà in Italia…analisi di un fenomeno in crescita

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Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente). A renderlo noto il Report dell’Istat sulla povertà in Italia, i cui dati provengono dall’Indagine sulle spese delle famiglie.

“Dopo 2 anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile”

Secondo quanto emerso dal rapporto, dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo (ovvero non può essere considerato diverso da zero). La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.

Dove migliora la situazione

Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro.

Differenze tra Nord e Sud

Nonostante il calo (dal 12,1 al 9,2%), la povertà assoluta rimane quasi doppia nei piccoli comuni del Mezzogiorno rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane della stessa ripartizione (5,8%). Il contrario accade al Nord, dove la povertà assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli).

La povertà assoluta e il titolo di studio

L’incidenza di povertà assoluta scende all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare (8,4%). Inoltre, la povertà assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%).

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I dati sulla povertà relativa

Come quella assoluta, la povertà relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. Anche per la povertà relativa si conferma la stabilità, rispetto all’anno precedente, rilevata per la povertà assoluta nelle ripartizioni geografiche e il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (l’incidenza della povertà relativa passa dal 32,3% al 23,9%) o residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno (dal 25,8% al 23,7%); in quest’ultimo caso il miglioramento si contrappone al leggero peggioramento registrato nei grandi comuni rispetto all’anno precedente (dal 16,3% al 19,8%).

Purtroppo le analisi di questo trend, non sono per niente confortanti…ma ancora più sconfortante per noi tutti cittadini onesti é la tendenza a non porre rimedio a tale fenomeno da parte dei nostri “fanta-politici”- considerati figura mitologica in Italia -.

….La sanità italiana, ostaggio dei corrotti…

 

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Sanità: dopo scandali e tagli è necessario ripensare il sistema sanitario nazionale…

Il dibattito sulla Sanità continua ad essere stretto come in una tenaglia dagli scandali per corruzione e i casi di degrado e malasanità, e dalle esigenze di spending review. Dopo anni di declino, la consapevolezza della necessità di innovazione ha finalmente portato ad azioni ancora però a macchia di leopardo e con un “passo” inadeguato rispetto all’urgenza e alla portata della sfida…

Il dibattito sulla Sanità continua ad essere stretto a causa di due temi che monopolizzano l’attenzione dei media e della classe politica: da una parte gli scandali per corruzione e i casi, veri o presunti, di degrado e malasanità, e dall’altra gli sprechi e le esigenze di spending review. Ma davvero la Sanità in Italia è solo fonte di sprechi e corruzione? Si tratta davvero di un sistema irrimediabilmente marcio da smantellare e privatizzare in una logica di pura sussidiarietà?

A nostro parere no! Oltre che ingenerosa, questa visione sarebbe miope e pericolosa: quello della salute in Italia è un comparto fondamentale che, se si considera l’intera filiera, produce in Italia 290 Miliardi, il 9,4% del PIL, e impiega 3,8 milioni di persone, il 16,5% del totale degli occupati del Paese. Sono cifre già di per sé impressionanti che sono destinate a crescere a causa dell’invecchiamento demografico e dell’aumento di incidenza delle patologie croniche. Quello della salute è per noi un (o forse “il”) settore economico fondamentale, capace da solo di condizionare lo sviluppo economico e l’attrattività del Paese. Ancora di più la salute è un diritto sancito dalla nostra stessa costituzione, elemento sostanziale di civiltà, giustizia e coesione sociale. Già oggi spendiamo per la salute decisamente meno di quanto avviene nei Paesi avanzati e nella stessa media europea, piuttosto che a nuovi tagli dovremmo pensare allo sviluppo di politiche industriali, fiscali, educative e di innovazione adeguate che aiutino a garantire qualità e sostenibilità di un sistema che non è corrotto e parassitario, come il dibattito sui mass media sembrerebbe indicare, ma è certamente malato e bisognoso di interventi.

La principale patologia che affligge il nostro sistema è la mancanza di innovazione organizzativa e tecnologica. Per troppi anni sono stati rimandati interventi fondamentali per rivedere l’assetto del sistema e adeguarlo a una domanda in rapida evoluzione. Dal punto di vista istituzionale ed organizzativo abbiamo un sistema in cui l’offerta di cure resta eccessivamente frammentata e concentrata sulle acuzie piuttosto che sulle cronicità in palese contrasto con i trend della domanda.

Dal punto di vista tecnologico per molti anni il sistema ha investito sulla modernizzazione tecnologica metà o un terzo delle risorse investite nei Paesi a noi comparabili, gestendo per di più le scelte tecnologiche e di sviluppo di standard e servizi a livello locale di aziende e regioni, quando non di singoli professionisti.

Dopo anni di progressivo declino, la consapevolezza di queste necessità di innovazione sembra essersi finalmente diffusa tra i decisori spingendo a intervenire a tre livelli:

  • A livello di governance sono state avviate alcune prime azioni tese ad allineare le priorità e programmare risorse e interventi, cercando di raccordare le politiche a livello Europeo, Nazionale, Regionale ed Aziendale. Esempi ne sono lo sviluppo di piani a livello nazionale, come il Patto per la Salute o il Piano Nazionale delle cronicità, e la definizione di standard e piattaforme infrastrutturali come SPID e PagoPA.
  • A livello organizzativo sono state avviate da alcune regioni riforme organizzative tese a ripensare i modelli di erogazione della cura, accorpando e specializzando le strutture, creando servizi condivisi a livello interaziendale e interregionale, consolidando staff e centrali di acquisto e creando punti di accesso alle cure sul territorio.
  • A livello tecnologico sono stati lanciati e diffusi a livello aziendale e regionale servizi digitali tesi ad accompagnare i cittadini ad una logica di fruizione del servizio maggiormente autonoma e responsabile. Esempi sono stati i servizi di ritiro on line di certificati, referti e ricette, la pubblicazione di informazioni sulle strutture e il loro stato di saturazione (es. sistemi di gestione dell’attesa per i pronto soccorso), i sistemi di prenotazione on line, e le applicazioni di telemedicina e comunicazione multicanale tra pazienti e operatori sanitari. L’aumento esponenziale dei livelli di utilizzo di questi strumenti da parte di medici e cittadini è segno che, quando informazioni e servizi digitali vengono offerti in modo semplice ed accessibile, gli italiani ne fanno un utilizzo del tutto allineato a quanto accade in altri Paesi.

Si tratta di azioni a macchia di leopardo che dimostrano quanto la direzione sia corretta ma anche quanto, al tempo stesso, il livello di coesione e il “passo” con cui stiamo percorrendo questo cammino sia del tutto inadeguato rispetto all’urgenza e alla portata delle sfide in gioco….

 

….Il nuovo efferato business….Latino…

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Un miliardo di euro all’anno. È l’attuale fatturato dell’industria dei rapimenti in Sud America. Dal Brasile al Venzuela non c’è Paese che non sia affetto da questa piaga.

 

È la vera piaga del Venezuela. E di tutta l’America Latina.
A riaccendere l’attenzione sui rapimenti è stato il sequestro di Nairobi Pinto, la giornalista della tivù Globovisión rapita a Caracas il 6 aprile e liberata otto giorni dopo.
Secondo i numeri dell’associazione colombiana Fundación País libre tra Messico e Patagonia, si concentra infatti il 70% dei sequestri di tutto il Pianeta: una media di un rapimento ogni tre ore per un totale di circa 3 mila l’anno.
Numeri certamente sottostimati dato che la maggior parte dei sequestri non sono denunciati e, dunque, non rientrano nelle statistiche ufficiali.

BOOM DI SEQUESTRI LAMPO

Soprattutto l’ultima moda, il cosiddetto «sequestro express» – si tratta di un rapimento di breve durata in cambio di poche centinaia di euro, spesso da ritirare sotto la minaccia di una pistola dal più vicino sportello bancomat o usando sino al limite la carta di credito della vittima – è diventato oramai una routine in molte città sudamericane, compresa la sinora tranquilla Buenos Aires.
Dalle statistiche ufficiali questa particolare tipologia viene infatti registrata quasi sempre come «furto» e quindi non fa statistica sui rapimenti.

MANCA UNA LEGGE AD HOC

Come si spiega il boom di questi crimini? In nessuno dei Paesi dell’America Latina esiste una legislazione anti-sequestro come in Italia che, impedendo de facto il pagamento del riscatto, ha avuto l’indubbio merito di ridurre drasticamente questo tipo di problema nel nostro Paese.
Inoltre, gran parte della popolazione non ripone molta fiducia nell’operato della polizia e, se può permetterselo, ricorre a forme di protezione e indagini private, o addirittura cerca di pagare il riscatto e, comunque, solo raramente denuncia il sequestro.

COINVOLTA ANCHE LA POLIZIA

Il motivo è molto semplice: spesso i rapitori sono gli stessi poliziotti e in Venezuela, per esempio, gli arresti di ‘agenti-sequestratori’ sono ormai all’ordine del giorno.
«Tutti sanno che la polizia è coinvolta ed è per questo che non si riesce a risolvere il problema», spiega a Lettera43 un imprenditore italiano che da anni vive a Caracas e che nel 2008 – dopo 36 ore trascorse legato in una baracca del quartiere Guarataro e grazie al riscatto pagato dai suoi familiari- è riuscito a tornare a casa, sano e salvo.
«So che era coinvolto anche un poliziotto nel mio caso, ma è più sicuro pagare che denunciare», spiega a patto dell’anonimato.

Italiani nel mirino: in Venezuela sparisce una persona ogni nove giorni

Il fenomeno rapimenti, dunque, interessa anche i nostri connazionali. Solo in Venezuela nel 2008 sono stati sequestrati 40 italiani: una media di uno ogni circa nove giorni.
Da allora quella di Caracas è l’unica ambasciata italiana al mondo ad avere reclutato tra il suo personale un esperto in anti-sequestri.
Ma anche agli altri stranieri non va meglio. Molto scalpore destò il caso di un portoghese che, rapito a un distributore in autostrada nel luglio 2012, fu tenuto ostaggio in uno scantinato e liberato solo dopo oltre 11 mesi.

CARACAS LA PIÙ PERICOLOSA.

Se le grandi organizzazioni internazionali come l’Onu sinora non sono riuscite a stilare statistiche precise sui sequestri (né a livello mondiale né regionale), lo hanno fatto però sugli omicidi, visto che non è raro che l’ostaggio sia ucciso.
Dai numeri, si capisce come le città latinoamericane sono tra le più «a rischio»: secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) l’11,5% dei 437 mila omicidi planetari sono stati commessi in Brasile e Caracas, dopo l’honduregna Sao Pedro Sula, è ormai la seconda città più pericolosa al mondo avendo superato Acapulco.

ECUADOR, ATTENTI AI TAXI

Le classifiche, però, non concordano sui Paesi maggiormente a rischio. Per esempio Control Risk, società indipendente che valuta la sicurezza dei vari Stati, sostiene che è il Brasile il luogo più pericoloso: nel 2013 sono avvenuti il 20% di tutti i rapimenti a livello mondiale.
A inizio 2014, da quelle parti la figlia di Ettore Castelluzzo, un imprenditore toscano, è stata liberata, dopo quattro giorni di angoscia, solo grazie all’intervento del Das, il reparto anti-sequestro brasiliano.
Ma anche l’Ecuador non scherza. A Guayaquil, la «perla del Pacifico», nonché principale porto del Paese si deve stare attenti ai taxi, visto che sono i mezzi più utilizzati per i sequestri da quelle parti.

SEQUESTRO VIRTUALE

In America Latina, oltre ai rapimenti lampo c’è poi il fenomeno del «sequestro virtuale».
Approfittando dell’assenza di un parente che sanno non essere in casa (perché al cinema o meglio in aereo), i malviventi telefonano ai conoscenti spaventatissimi che appena sentono del ‘rapimento’ accettano di pagare un importo che di solito non supera l’equivalente di 1.000-2 mila euro.
Questo tipo di colpi oggi sono sempre più frequenti, soprattutto nelle grandi metropoli latinoamericane e, tra le vittime preferite ci sono anche le famiglie dei migranti latinos che, sicuramente, non hanno molti soldi.

Ma…In tempi di crisi va anche il rapimento low cost.

 

La spedizione dei mille…”L’inizio del bluff”…

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La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti coi quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi che agli inglesi non mancherà mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino e Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.

Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico-economico divenuto scomodo concorrente.

Innanzitutto furono i sempre più idilliaci rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour.

In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione Napoletana percorreva di suo una crescita esponenziale ed era già la terza potenza europea per sviluppo industriale come designato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856. Un risultato frutto anche della politica di Ferdinando II che portò avanti una politica di sviluppo autonomo atto a spezzare le catene delle dipendenze straniere.
La flotta navale delle Due Sicilie costituiva poi un pericolo per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’oriente nel Canale di Suez i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.

L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta sovietica aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.

Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel mediterraneo e in oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza Napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto “De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre”.
La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.

I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di non fare tesoro della lezione della Rivoluzione Francese, di quella Napoletana del 1799 e di quelle a seguire, di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella penisola ma più in la, che nemico era alle porte, anzi, proprio in casa. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna che si rivelò così un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più comodo per gli inglesi “cambiare” l’amicizia ormai inimicizia con lo stato borbonico con un nuovo stato savoiardo alleato.

Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di stampo bellico accettando l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.

Un titolo sul “Times” dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, è foriero di ciò che sta per accadere e spiega l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.

Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un “gravissimo atto di pirateria internazionale”, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava fa capire quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave.
Garibaldi è un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che può compiere questa invasione senza dichiarazione non essendo né un sovrano né un politico. E viene manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e dai cospiratori inglesi, fin quando non diviene scomodo e arriva il momento di costringerlo a farsi da parte.

Di soldi, nel 1860, ne circolano davvero parecchi per l’operazione. Si parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serve allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nasce il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che devono formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che aiuteranno il Generale italiano nei combattimenti che verrano.
Garibaldi diviene un eroe in terra d’Albione con una popolarità alle stelle. Nascono i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.

In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sanno cosa sta per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli ai quali “stranamente” non giungono mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che vengono inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale ha già ricevuto le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.

La traversata parte da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sa neanche quanta gente ha a bordo, non è una priorità far numero; se ne contano 1.089 e il Generale resta stupito per il numero oltre le sue stime. Sono persone col pedigree dei malavitosi e ne farà una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, proprio quelli sfrattati dalla toponomastica delle città italiane.
La rotta non è casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non è la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li c’è una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra dà l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivano infatti all’alba del giorno dopo e gettano l’ancora fuori a città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivano alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.

L’approdo avviene proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolano i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.

Le trattative che si intavolano fanno prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortiscono l’effetto sperato: I “mille” sbarcano sul molo. Ma sono in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si sono fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcano dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiano alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.
Napoli invia proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco serve.
Garibaldi e i suoi sbarcano nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fanno è saccheggiare tutto ciò che è possibile

Il 13 Maggio Garibaldi occupa Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unisce a lui con una banda di “picciotti”. Da qui si proclama “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.
Il 15 Maggio è il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille sono ora almeno il doppio; vi si uniscono “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidano i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si tratta del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento.
I primi a far fuoco sono i “picciotti” che vengono decimati dai fucili dei soldati Napoletani.

Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assalta i garibaldini rischiando la sua stessa vita e mentre il Generale Nino Bixio chiede a Garibaldi di ordinare la ritirata il Generale Landi, che già ha rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fa suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capisce che è il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto perché poi un anno più tardi, l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione, si presenta al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scopre che sulla sua copia, palesemente falsificata, ci sono tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, è colpito da ictus e muore.

Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltra nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese segue in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.
Intanto sempre gli inglesi fanno arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.

Garibaldi entra a Palermo e poi arriva a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne e l’esito della battaglia che li si combatte, a lui favorevole, é prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi che hanno ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.
Quando l’eroe dei due mondi passa sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuano a scortarlo dal mare e anche quando entra a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ha le spalle coperte dall’Intrepid (chi si rivede) che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si muove nelle acque napoletane.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sosta vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove può tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lascia Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, dona agli amici inglesi un suolo a piacere che viene designato in Via San Pasquale a Chiaia su cui viene eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Qualche mese dopo, la città di Gaeta che ospita Francesco II nella strenua difesa del Regno è letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città assunse la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.

Scompare così l’antico Regno di Ruggero il Normanno sopravvissuto per quasi otto secoli, non a caso nel momento del suo massimo fulgore.
Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decreta la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il grande potere cattolico dello Stato Pontificio. Il Vaticano, proprio da qui si mondanizza per sopravvivenza e comincia ad affiancarsi alle altre supremazie mondiali che hanno cercato di eliminarlo.

Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, è ospite a Londra dove viene accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuano per decenni e si manifestano nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale è impegnato nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro Roma completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessono contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivano nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. È pronta a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow che non vi riuscirà mai perché il progetto viene boicottato del Governo italiano.

L’ideologia nazionale venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana.

Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.

Alla fine delle fiere…chi ha imbrogliato chi??…”